L’imprenditore irlandese non era affatto un volto nuovo del motorsport: negli anni ’70 era stato un pilota competitivo, mentre negli anni ’80 aveva costruito un solido successo come team manager nelle categorie minori.
Non era certo uno sprovveduto.
Dopo il trionfo in F3000 con Jean Alesi nel 1989, Eddie Jordan percepì che l’orizzonte del suo team stava cambiando. Era come se la vittoria avesse aperto un varco, un richiamo irresistibile verso la Formula 1. Senza sponsor e senza garanzie, ma guidato da una determinazione quasi visionaria, iniziò a riunire le persone che avrebbero dato vita alla Jordan Grand Prix nel 1990.
Gary Anderson, ingegnere di talento reduce dall’esperienza con Reynard in F3000, si immerse nella progettazione della vettura che avrebbe debuttato l’anno seguente.
La monoposto vide la luce nelle prime settimane di novembre 1990. Il progetto era semplice, essenziale, quasi poetico nella sua purezza aerodinamica. Il risultato? Una vettura che molti considerano ancora oggi una delle più belle mai apparse sulla griglia di Formula 1, merito anche della stupenda colorazione verde e blu e dell’iconico sponsor 7Up.
In origine la Jordan era pensata per ospitare un motore Judd V8, ma Eddie Jordan — con la sua consueta intraprendenza — riuscì a strappare un accordo alla Cosworth. Così, per il debutto a Silverstone, la vettura fu equipaggiata con il competitivo Ford HB V8, un propulsore ad alte prestazioni fino ad allora riservato esclusivamente al team Benetton F1. Non male per un debuttante.
Il 28 novembre 1990 è il giorno del debutto in pista della nuova nata: la Jordan 911. La mattinata è fredda, grigia, in pieno stile inglese: non l’ideale per correre con una F1. Il veterano John Watson, ormai 44enne ma ancora con la passione per i motori che brucia dentro, non sembra curarsene. Si cala nell’abitacolo e completa una ventina di giri di shakedown sotto gli occhi attenti di Eddie Jordan e di qualche illustre collega come Stefan Johansson, compagno di squadra di EJ ai tempi della F.3000 e sempre in buoni rapporti con l’irlandese.
La vettura è totalmente nera, le forme sono quelle che vedremo nel 1991 ma i colori no: gli accordi con gli sponsor sono ancora in via di definizione. Tuttavia, sulle pance spicca la scritta “Jordan 911”, giusto per far capire alla stampa di chi è questa nuova vettura total black.
E qui arriva il colpo di scena: una volta usciti i primi articoli e le prime foto della nuova vettura, una mattina nella piccola sede del team, vicino a Silverstone, arriva un telegramma, direttamente da Stoccarda. Chi era il mittente? Nient’altro che la Porsche, per nulla contenta che quel nuovo team avesse chiamato la vettura “911”. Va anche ricordato che all’epoca Porsche era fornitore di motori in Formula 1, per cui la questione le stava più a cuore di quanto pensiamo.
Ma perché Jordan aveva scelto questo nome per la nuova vettura? Su come i team di F1 “battezzano” le loro vetture abbiamo dedicato un video, ma in soldoni è uno schema piuttosto comune. Nome del team, anno, e il numero 1 ad indicare la categoria “Formula 1”. Perciò la dicitura corretta era Jordan-Novantuno-Uno. Vallo a spiegare a Porsche.
Secondo Mark Gallagher, Eddie Jordan si recò a Stoccarda per discutere la questione con i dirigenti; ordinò al team di cambiare gli adesivi sulla vettura e quant’altro. Costo totale dell’operazione? Trenta sterline a dir tanto. Ma il buon Eddie era furbo, molto furbo, ed evidentemente un attore dalle ottime capacità: una volta di fronte ai dirigenti Porsche, si lamenta che l’intera operazione di rebranding gli sta costando migliaia di sterline, il tutto per uno stupido nome! Insomma, tanto dice e tanto fa che pare se ne esca dalla sede di Stoccarda con in tasca le chiavi di una Porsche 911 nuova di zecca. Targa? JGP 911.
Tra l’altro, va anche sottolineato come, ironicamente, Porsche avesse chiamato la sua 911 originariamente “901”, poi cambiato in seguito ad una telefonata da parte di Peugeot… insomma, la storia che si ripete.
Un episodio che dice tanto del personaggio Eddie Jordan, ma soprattutto che racconta molto della scuderia sicuramente più iconica e riconoscibile degli anni ’90. Un team che sapeva trasformare le difficoltà in piccoli, sorprendenti colpi di teatro.
Tra le tante storie, alcune ce le ha raccontate qualcuno che era lì in questo periodo: Mario Miyakawa. Guarda il video completo su YouTube!

