ATS, acronimo di Auto Technisches Spezialzubehör, entrò in Formula 1 nel 1977. Dopo un esordio promettente, il team iniziò a costruire le proprie monoposto e riuscì a mettere insieme un patrimonio tecnico e umano di tutto rispetto.
Un talento dopo l’altro
Nel corso dei suoi otto anni in F1, ATS ebbe tra le proprie fila alcuni nomi destinati a lasciare un segno nella categoria. Jochen Mass, Keke Rosberg, Hans-Joachim Stuck, Manfred Winkelhock e Gerhard Berger, tanto per dirne alcuni. Anche dal punto di vista tecnico il potenziale non mancava, con progettisti come Gustav Brunner, Robin Herd, Nigel Stroud e altri collaboratori di grande talento, ad esempio Jo Ramirez.
Il problema era riuscire a trasformare quel talento in continuità.
Schmid era un personaggio vulcanico, con un modo di gestire la squadra estremamente personale. Piloti, tecnici e dirigenti arrivavano e partivano rapidamente, spesso dopo discussioni con il patron. Gustav Brunner, ad esempio, lasciò la ATS per ben 3 volte nel corso degli anni, sempre per contrasti con Schmid.
E gli episodi da non credere nel corso della sua storia si moltiplicano. Da piloti imbucati a una gara ad altri cacciati per aver osato portare uno sponsor, da un pilota malmenato da un avversario a uno che fa punti ma non gli vengono assegnati.
Il grande rimpianto dell’ATS
Il paradosso è che, proprio quando la squadra sembrava avere finalmente tutti gli ingredienti per fare il salto di qualità, andava sempre storto qualcosa.
Dopo alcuni anni con il Cosworth DFV, motore economico e di facile installazione, segnate da pochi alti, molte prestazioni mediocri e tanti colpi di testa di Schmid, nel 1983 Brunner progettò la D6, mentre nel 1984 arrivò la D7, entrambe associate ai potenti motori turbo BMW. Sulla carta era una combinazione capace di rendere ATS molto più competitiva; in pista, però, affidabilità, sviluppo e gestione della squadra impedirono al progetto di decollare.
E poi arrivò Gerhard Berger. Nel 1984 il giovane austriaco debuttò in Formula 1 proprio con ATS e a Monza conquistò un sorprendente sesto posto. Un risultato che, però, non portò nemmeno un punto iridato alla squadra per una questione regolamentare legata all’iscrizione della seconda vettura.
Alla fine del 1984 ATS lasciò la Formula 1. Il bilancio leggendo le sole statistiche è impietoso: nessuna vittoria, nessun podio e appena sette punti mondiali conquistati. Ma questa storia dimostra che dietro c’è stato molto di cui raccontare.
È proprio questo il fascino della storia dell’ATS: non quella di una piccola squadra senza mezzi, ma quella di un progetto che avrebbe potuto essere molto più grande se solo fosse stato gestito in maniera oculata. Piloti talentuosi, tecnici capaci, motori potenti e idee interessanti c’erano… a mancare fu spesso la continuità necessaria per trasformare il potenziale in risultati.
E al centro di tutto c’era Günther Schmid, l’uomo che aveva creato ATS e che, con il suo carattere ingestibile, finì anche per diventare uno dei principali ostacoli alla crescita della propria creatura.
Una storia di talento, occasioni perdute e colpi di testa che merita di essere raccontata fino in fondo.
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