Prodotto da Slim Dogs e Sky per la regia di Matteo Bruno, con gli autori Giacomo Pucci e Giulia Soi, il film-documentario Benetton Formula ripercorre la scalata al successo della scuderia anglo-trevigiana, erede della scuderia Toleman e precursora di quella che poi è divenuta Renault (ed oggi, Alpine).
L’atmosfera è quella delle grandi storie. Sì, perché se si guarda da dove è partita la Benetton, e dov’è arrivata, ci si rende conto che una scuderia più sottovalutata di questa è difficile da trovare: un team fondato da un’azienda che faceva vestiti che non solo mette i bastoni tra le ruote ai “grandi”, ma cresce sempre più fino al trionfo mondiale.
Una storia così grande e sfaccettata che vede alternarsi, nel raccontarla, alcuni tra i maggiori protagonisti della Formula 1 anni ’80 e ’90, da Gerhard Berger ad Ivan Capelli, da Ralf Schumacher a Martin Brundle, da Rory Byrne a Ross Brawn, fino a Flavio Briatore e il “Big Boss” Bernie Ecclestone, passando per Pino Allievi, Giovanni Minoli, Carlo Vanzini e senza dimenticare, naturalmente, Luciano ed Alessandro Benetton, che questa storia l’hanno voluta fortemente raccontare e portare sugli schermi con il linguaggio di oggi.
Una lezione di storytelling
Cominciamo da ciò che funziona, e funziona davvero bene, in questa produzione: il lato tecnico. Slim Dogs (chi scrive l’ha vista nascere da pubblico…) è una garanzia: non c’è un dettaglio visivo che non sia perfetto. Il bilanciamento tra le interviste e le immagini dell’epoca è il giusto connubio che serve quando si racconta una storia così grande. Le VHS usate come transizioni, momento di passaggio tra un capitolo e l’altro, sono un richiamo a come molti di noi hanno cominciato a vedere la Formula 1: su videocassette ordinate in maniera rigorosa su altissimi scaffali, con ore ed ore di gare, prove, interviste registrate.
L’idea parte da Benetton, ed ha coinvolto nomi importantissimi che sicuramente danno un valore aggiunto enorme al racconto. Sentire alcuni aneddoti raccontati da chi era, effettivamente, lì (noi lo sappiamo bene) non ha prezzo. Sentire Bernie Ecclestone e Flavio Briatore “bisticciare” a distanza, assumendosi la paternità della stessa frase, della stessa azione, della stessa decisione, fa sorridere… ed anche un po’ riflettere. Ralf Schumacher, che parla ovviamente in rappresentanza del fratello Michael, ci ricorda, senza dirlo apertamente, che il campione tedesco non può essere presente in prima persona e questo fa stringere il cuore.
Le storie, specialmente quelle importanti come questa, arrivano in maniera differente quando le senti dalle bocche dei protagonisti. E tutto quanto, orchestrato da ritmi ben cadenzati, crea un contenuto piacevole, capace di divertire, di emozionare, anche di commuovere.

Qualcosa che manca
Tuttavia, quando scorrono i titoli di coda, si fanno i conti con un senso di incompiutezza. Il lavoro è comunicato e pubblicizzato come “La storia del team Benetton”. Che però, finisce nel 2001, mentre la narrazione si concentra molto sulla stagione 1994, con un velocissimo accenno al 1995, per poi arrestarsi quasi di botto. È insomma la storia di come il team, da squadra di metà griglia, ha fatto un cambiamento non solo di ambizioni ma anche di organizzazione per diventare un team vincente, e questo è sottolineato dall’intervista a Flavio Briatore.
Ma, essendo prodotto da Benetton stessa, il declino tra ’96 e 2001 è stato mascherato, pensando più al risalto della gloria iridata. Che è giusto, ma altrettanto lo è il raccontare i diversi aspetti della parabola sportiva di un team iconico come Benetton Formula. Ci sono alcuni aspetti della parte “meno vincente” del team, come le presentazioni coreografiche e spettacolari inscenate a Taormina, o a Venezia, per esempio, o delle vittorie sfiorate da Jean Alesi, fino agli ultimi anni prima di diventare Renault, che sarebbe stato interessante sentire raccontati.
Viene allora da chiedersi se “La storia del team Benetton” sia il claim giusto per un prodotto come questo. Forse andava comunicato diversamente.

La stagione 1994 è stata, senza dubbio, una delle più drammatiche e controverse dell’intera storia della Formula 1. La morte di Ayrton Senna, le accuse al team Benetton di usare il launch control (ovviamente liquidate dai protagonisti come semplici speculazioni: e ci mancherebbe…) incidenti assurdi e potenzialmente mortali lungo tutta l’annata. Un campionato che, con la morte di Ayrton, sembrava ormai certo prendere la strada di Enstone e che invece tra veleni e decisioni dubbie è andato a decidersi all’ultima gara con un episodio controverso.
Il modo in cui viene trattato il 1994 convince a tratti, mentre su altri un po’ meno. Ridondante, drammatica (giustamente) ma molto lunga in confronto ad altri capitoli del documentario è la parte in cui si narra della morte di Senna. Un evento tragico, giusto menzionarlo, ma… non era un documentario sulla Benetton? Vero che la scomparsa di Ayrton lascia molti strascichi, e non si vuole assolutamente sminuirla. Forse però, visto il soggetto dell’opera, si va a perdere un attimo il focus.
Una narrazione fluida e spesso ben articolata poi, a volte, cade in degli errori abbastanza evidenti all’occhio di chi sa di Formula 1. Il montaggio spesso mostra immagini di un pilota quando si sta parlando di un altro, invertendo le vetture (specialmente nei frangenti in cui si racconta del passaggio di Schumacher in Benetton); ma l’errore più evidente è legato ad una dichiarazione di Gerhard Berger riferita palesemente al GP del Giappone 1990:
“Prima mi aveva detto: “occhio alla prima curva, ci sarà da divertirsi”, e infatti mi sono divertito, perché sono andati a sbattere”.
Peccato che questa frase sia stata montata a corredo delle immagini di Suzuka 1989, il momento della prima vittoria della Benetton con Alessandro Nannini, dove il contatto tra Senna e Prost avviene alla penultima curva del tracciato, la Casio chicane.

Da vedere? Certo.
Insomma, qualche sbavatura che però non toglie nulla alla produzione tecnica di altissimo livello. Chiaramente, un documentario commissionato da Benetton stessa non ci si può aspettare che affronti i fatti in maniera distaccata ed oggettiva, ma riesce nell’intento di raccontare la storia che vuole raccontare.
Un livello tecnico altissimo, una produzione stellare ed un “cast” che si presenta da solo. Al netto di alcune sbavature, sicuramente un grande prodotto. Eppure, arrivati alla fine, resta il sentore che a questo lavoro eccellente manchi qualcosa. Che sia un preludio ad una parte 2? Noi, francamente, ce lo auguriamo.