Se si dovesse pensare ad un’immagine per spiegare la Formula 1 dell’ultimo decennio del ‘900, queste cose sarebbero presenti senza se e senza ma: una livrea con sponsor tabaccaio, un V10 che urla dal cofano motore, giovani e prorompenti grid-girls a posare con la vettura. E quasi certamente lì in mezzo, il volto divertito di Eddie Jordan.
E pensare che a 15 anni era quasi convinto di diventare prete. Quasi. La sua vita prese poi strade talmente diverse tra loro che sarebbe materiale per un film: la famiglia voleva diventasse un dentista. Lui invece fece un corso da contabile e poi cominciò a lavorare nella banca d’Irlanda, poi in una compagnia elettrica, mentre la sera arrotondava come barista. E nel frattempo, cominciò a correre in kart, per divertimento. Divertimento che poi divenne una passione e si trasformò in una monoposto, vera, una Formula Ford, poi Formula Atlantic e Formula 3. Fin quando decise che sarebbe stato meglio al di qua del muretto.
L’eredità di Jordan in pista
Jordan fondò il team che porta il suo nome nel 1979, e per tutto il decennio degli anni ’80 accrebbe la sua esperienza con le formule minori, dimostrandosi da subito un talent scout con un fiuto sopraffino. Reclutò e portò nel suo team Martin Brundle, Johnny Herbert, Martin Donnelly, Jean Alesi. E le vittorie arrivano, eccome se arrivano, dal campionato britannico alla F3000. Tanto da far venire all’imprenditore irlandese un’idea, che chissà da quanto covava dentro di sé: sbarcare nel carrozzone della Formula 1. E lo fece ingaggiando un giovane Gary Anderson dalla Reynard ed entrando dalla porta principale con la mitica Jordan J191.
Dire quale sia stato l’apporto più grande che Eddie ha dato al Circus è impossibile. Dal lato tecnico a quello più colorito, il suo team ha, in momenti diversi, eccelso in ciascuna di queste cose. A partire dai piloti: Michael Schumacher, Eddie Irvine, Rubens Barrichello, Ralf Schumacher, tutti nomi entrati in Formula 1 tramite la sua scuderia. E poi il fiuto per le sponsorizzazioni, con una scuderia sempre sul filo di lana e pronta a piegarsi alle richieste di qualsiasi sponsor pur di sopravvivere. Al punto tale da ridipingere l’amato verde irlandese che Eddie aveva voluto per la sua macchina interamente di giallo canarino solo per esigenze commerciali.
Anche qui però il vulcanico Jordan non si fermò, e trasformò la sua vettura in una tela, prima con serpenti, poi con le vespe, un musetto usato come tela per far parlare del suo team in ogni modo. E non solo, perché acquisita l’esperienza necessaria la Jordan arriva anche a vincere, a vincere GP caotici come Belgio 1998, fino a porsi addirittura come “contender” mondiale l’anno successivo con Frentzen. Dietro sempre lui, sempre il solito Eddie, attorniato da ragazze procaci e colpi di teatro. Showman sì, ma anche team principal che non si faceva problemi a dire le cose come le pensava. Senza filtro, arrivando a scontrarsi con i propri piloti.
Un’icona al di fuori delle sue monoposto
La caduta della Jordan nella prima metà degli anni 2000 fu un duro ma inevitabile colpo, la Formula 1 stessa era in grossa crisi ed Eddie passò dal giocarsi il mondiale al doversi rifugiare nei piloti paganti pur di sopravvivere. Ma una volta venduta la scuderia (che ancora oggi è in F1, con il nome di Aston Martin), diventa un commentatore pungente, senza mai snaturarsi. Dicendo sempre le cose che pensa senza edulcorare nulla. Eddie Jordan è stata una figura determinante per la popolarità della Formula 1 per almeno 30 anni. Il suo carattere esuberante, la sua audacia, la sua voglia di buttarsi da signor Nessuno fino a diventare un’icona dello sport. Hanno reso quest’uomo immortale, anche se oggi siamo in lutto per la sua scomparsa.
La morte di Eddie Jordan ci ha colti di sorpresa, come un cambio di tempo in una canzone lineare, ma talmente memorabile che ti si pianta nella mente e non va più via. E tra l’altro, il tempo Eddie lo teneva eccome con la sua batteria, nei concerti del suo gruppo, dall’emblematico nome di “Eddie and the V10s”. Perché sì, Eddie Jordan ha fatto cantare tutti, soprattutto i motori, e per tutti gli appassionati di F1 al nome Jordan si associa l’urlo di un Mugen-Honda in una monoposto gialla.