C’è un’immagine in particolare che resta del GP del Canada, destinata a sopravvivere ai numeri e persino al risultato: Kimi Antonelli sollevato sulle spalle da Lewis Hamilton e Max Verstappen. Due piloti che in Formula 1 hanno vinto tutto. Che hanno trasformato il dominio in abitudine, le battaglie in storia, la pressione in leggenda. E che con quel gesto, sul podio di Montreal, sembravano quasi voler consegnare qualcosa a quel ragazzo di diciannove anni dagli occhi ancora pieni di stupore.
Quattro vittorie consecutive che, in un modo o nell’altro, stanno raccontando la continua trasformazione di Andrea Kimi Antonelli. Al di là dei numeri, già devastanti per uno arrivato con il compito teorico di imparare, colpisce soprattutto la naturalezza con cui il bolognese si è preso questa Formula 1 nuova, feroce, instabile. Dentro una Mercedes che oggi sembra avere in mano il mondiale, Kimi non sta più soltanto crescendo: sta iniziando a dettare il passo.
E Montreal, forse più di ogni altra pista, ha dato valore a questa crescita. Perché il GP del Canada era casa di George Russell. Lo dicevano i precedenti, le pole position, la vittoria dello scorso anno, perfino il modo in cui il britannico sembrava sempre riuscire ad accendersi tra i muri dedicati a Gilles Villeneuve. E infatti Russell il weekend lo aveva iniziato da Russell: pole, Sprint vinta, sensazione di controllo. Ma ogni volta che guardava negli specchietti, c’era Antonelli. Sempre lì. Sempre addosso.

Fino al giro 31 il GP del Canada è stato un duello continuo tra le due Mercedes. Ruota a ruota, staccata dopo staccata, in quella zona sottilissima dove aggressività e incoscienza rischiano continuamente di confondersi. Si sono superati, toccati quasi, sfidati senza alcuna protezione di squadra. E proprio questo è stato forse il segnale più forte: Mercedes li vuole lasciare correre. Sa di non avere concorrenza, e sa di avere due piloti estremamente forti. Per questo al posto delle “Papaya Rules” ha scelto di adottare un approccio diverso, in cui vince chi sa attaccare e difendersi allo stesso tempo. Un braccio di ferro insomma. Per questo il messaggio di ridare la posizione a Russell ha fatto più rumore del solito. Ma probabilmente Mercedes voleva evitare l’intervento dall’alto della FIA.
Poi è arrivato il guasto tecnico. La W17 ferma a bordo pista e Russell sconsolato davanti alla macchina, quasi incapace di accettare che tutto fosse finito così. Ed è proprio questa l’altra fotografia del weekend: la rabbia impotente di chi sapeva quanto sarebbe stato importante interrompere la corsa di Antonelli. Nonostante il ritiro di Russell però Kimi ha meritato questa vittoria. Non necessariamente dimostrando una superiorità schiacciante, ma una naturalezza che lo ha portato più volte a confrontarsi apertamente con il proprio compagno. Russell restava davanti, sì, ma senza mai dare l’impressione di poter controllare davvero Kimi.
Antonelli resta ancora imperfetto, sporco in certi duelli, istintivo. Ma forse è proprio questo a renderlo così difficile da affrontare. È veloce, aggressivo, fastidioso da avere negli specchietti.
Dietro le Mercedes, Montreal ha regalato anche un podio dal sapore simbolico. Hamilton secondo, Verstappen terzo. Senza il problema di Russell e quello di Norris probabilmente non sarebbero arrivati così in alto. Ma tutto fa parte del gioco. E la macchina non è solo potenza, ma anche e soprattutto affidabilità.
Il podio di Hamilton è stato la ciliegina sulla torta di questo weekend per l’inglese. A tratti sembrava sparita tutta la fatica accumulata negli ultimi mesi in Ferrari. Via il peso delle delusioni, via le domeniche opache. A Montreal si è rivisto il pilota feroce che attacca all’esterno della prima curva senza esitazioni, che costruisce la gara con intelligenza e poi colpisce quando serve. Il sorpasso su Verstappen è stato uno di quei momenti che riportano indietro nel tempo, quando Lewis decideva il ritmo delle gare e gli altri potevano soltanto adeguarsi.
Ferrari, però, come Mercedes ha mostrato due facce al GP del Canada. Se Hamilton è sembrato rinato, Charles Leclerc ha vissuto uno dei weekend più complicati degli ultimi anni: freni, gomme, feeling mai trovato. Sempre in lotta con qualcosa. Sempre distante da ciò che serviva davvero.
McLaren invece ha perso la corsa ancora prima di iniziarla davvero. La scelta delle intermedie nel caos della partenza sembrava poter essere un colpo di genio, soprattutto quando Norris si è preso la leadership alla prima curva. Ma Montreal cambia pelle in fretta. Nel giro di pochi passaggi quella scommessa si è trasformata in una condanna, lasciando Antonelli e Mercedes liberi di controllare la scena.
Ma la stagione è ancora lunga, imprevedibile, piena di oscillazioni. Antonelli lo sa. Lo si capisce da come parla, da come analizza i suoi errori anche dopo una vittoria, da quel fastidio quasi sincero per aver visto il duello con Russell interrompersi per un problema tecnico invece che sotto la bandiera a scacchi.
Crederci ormai è inevitabile. Ma la salita verso il titolo resta lunga, crudele, piena di trappole. Antonelli continua a tenere i piedi per terra. O almeno ci prova. Finché sul podio non arrivano Lewis Hamilton e Max Verstappen a prenderlo in spalla e ricordargli, ricordandolo anche a tutti noi, quanto in alto possa arrivare.
