Due settimane, due vittorie. Dopo una stagione che sembrava scivolare via nell’anonimato, con soli due successi a Suzuka e Imola, la Red Bull ha improvvisamente ritrovato energia e velocità. Monza e ora Baku hanno riportato Max Verstappen al centro della scena. Il tre volte campione del mondo non vinceva due gare consecutive da oltre un anno, e oggi il suo distacco in classifica si è ridotto a 69 punti dal leader Oscar Piastri con sette appuntamenti ancora da correre. È ancora tanto, certo, ma la dinamica è cambiata. L’olandese corre senza pressione, mentre la McLaren inizia a sentire il peso delle responsabilità.
Forse è un paragone avventato, ma la gara di Baku rischia di pesare come quella del 2021. Allora fu Hamilton a pagare carissimo un errore figlio della pressione di una lotta mondiale. Oggi tocca a Piastri, che in Azerbaigian è stato inghiottito dal suo primo vero blackout stagionale. Una sequenza di sbagli, dall’errore in qualifica, alla falsa partenza e al muro dopo poche curve. Errori che non hanno solo rovinato la sua gara e il week-end Azero, ma che hanno incrinato la percezione di una leadership fino a quel momento solida.
Il paradosso McLaren: macchina da mondiale, ma piloti ancora acerbi
Sul fronte costruttori non c’è storia: la MCL39 è stata la monoposto di riferimento della stagione, e il titolo di squadra è ormai in tasca. Non è arrivato a Baku, ma è solo questione di tempo: già a Singapore potrebbe arrivare la matematica, certificando un dominio netto, costruito con continuità e affidabilità. Ma il mondiale piloti è un altro racconto, più sfumato e più crudele. Ed è qui che la forza di McLaren rischia di trasformarsi in fragilità. Piastri, impeccabile fino a poche settimane fa, a Baku ha mostrato il volto acerbo di chi per la prima volta sente il peso del ruolo. Norris, che avrebbe dovuto approfittarne, si è fermato a un settimo posto anonimo, imbrigliato nel traffico e rallentato da un pit stop storto. Così, mentre McLaren inciampa, Verstappen costruisce: non deve difendere nulla, non deve spartire il box con un compagno rivale, ha soltanto una Red Bull tornata competitiva e persino una Racing Bulls capace di fargli da scudo contro Norris. È questa leggerezza che lo rende pericoloso: corre senza ansie, mentre i suoi avversari si complicano la vita da soli.
Ferrari, una crisi senza sbocchi
Parlando proprio di avversari che si complicano la vita da soli non possiamo non citare la Ferrari. L’ottavo posto di Hamilton e il nono di Leclerc raccontano un weekend anonimo, il simbolo di una SF-25 che non ha né passo né idee. La scena finale, con il mancato scambio tra i due piloti per l’ottava posizione, è diventata il simbolo della confusione: Hamilton si è scusato per non aver ridato la posizione a Leclerc, che di tutto punto ha sottolineato quanto fosse inutile battersi per quello swap. E ha ragione il monegasco: discutere di un sorpasso mancato per la terra di nessuno è solo la punta dell’iceberg. Il vero dramma è che la Ferrari è stata superata anche dalla Mercedes nel costruttori, e che ormai sembra lottare solo per salvare la dignità più che per risultati concreti. È la fotografia di una squadra che si è smarrita, e che oggi guarda la battaglia vera e il podio da lontano.

Un podio sul quale oggi è salita una vecchia conoscenza della Rossa, Carlos Sainz. Lo spagnolo ha portato la Williams sul podio di Baku, riuscendoci prima ancora che Hamilton trovasse la via per tornarci con la Ferrari. Una beffa nel confronto diretto, ma soprattutto una rivincita personale: dopo stagioni difficili e dopo aver lasciato Maranello senza rimpianti, Sainz ha saputo ritagliarsi uno spazio nuovo, diventando il simbolo della rinascita di una squadra che torna a respirare aria di vertice dopo anni di anonimato. È la dimostrazione che la Ferrari non ha perso solo terreno tecnico, ma anche pezzi della propria identità, lasciando ad altri la possibilità di raccogliere quello che lei, non sa più coltivare.
