Per oltre trent’anni il ritorno della Formula 1 in Africa ha avuto quasi sempre un nome: Kyalami. Perché è lì che il Mondiale aveva lasciato il continente nel 1993 ed è lì che, almeno idealmente, sembrava naturale immaginare di ritrovarlo.
Il Sudafrica faceva parte della storia del Mondiale da più di trent’anni e quella pista alle porte di Johannesburg, dopo le prime edizioni disputate a East London, ne era diventata la casa. Un circuito velocissimo, sospeso a oltre 1.500 metri di altitudine, dove l’aria rarefatta toglieva ossigeno ai motori e il caldo metteva alla prova i piloti.
Kyalami, dove è passata quasi tutta la storia della Formula 1
Su quell’asfalto era passata quasi tutta la Formula 1 di un’altra epoca. Jim Clark vi aveva conquistato l’ultima vittoria della sua carriera, Jack Brabham aveva fatto lo stesso due anni più tardi e Mario Andretti vi aveva festeggiato la prima. C’erano state le Ferrari, Lauda, Villeneuve, le battaglie dell’era turbo e Jody Scheckter che correva davanti al proprio pubblico. Nel 1981 Kyalami era finita persino al centro della guerra tra FISA e FOCA, ospitando quel Gran Premio “pirata” che non sarebbe mai entrato ufficialmente nel Mondiale. E appena un anno dopo erano stati i piloti a ribellarsi, chiudendosi in un albergo e trasformando il weekend del 1982 in una delle rivolte più singolari che il Circus ricordi.
Kyalami conobbe però anche il lato più duro di quegli anni. Peter Revson vi perse la vita durante i test del 1974 e tre anni più tardi morirono Tom Pryce e il giovane commissario Frederik Jansen van Vuuren, prima che fosse la situazione del Sudafrica a mettere in discussione la permanenza stessa della gara. Nel 1985, mentre cresceva l’isolamento internazionale del Paese a causa dell’apartheid, il Gran Premio finì inevitabilmente dentro una questione molto più grande dello sport e, dopo quell’edizione, scomparve dal calendario.
La Formula 1 tornò a Kyalami soltanto nel 1992, in un Sudafrica che stava attraversando una trasformazione profonda e su un circuito che nel frattempo era cambiato altrettanto profondamente. Il secondo capitolo durò però appena due stagioni: dopo il Gran Premio del 1993, le difficoltà economiche e gestionali del circuito e i costi necessari per continuare a ospitare il Mondiale interruppero nuovamente quella storia. Da allora la Formula 1 non ha più corso non soltanto a Kyalami, ma in tutto il continente africano.

La F1 torna in Africa ma la scelta ricade sul Rwanda
Il ritorno in Africa era diventato uno dei grandi temi irrisolti dell’espansione recente della Formula 1. Negli ultimi anni il calendario ha trovato spazio per nuove gare negli Stati Uniti, ha consolidato la propria presenza in Medio Oriente e ha cercato nuovi mercati praticamente ovunque, mentre un continente con una propria tradizione nel Mondiale e una base importante di appassionati continuava a restarne escluso. Che la Formula 1 dovesse tornare in Africa, insomma, era ormai abbastanza evidente.
Se l’obiettivo era riportare la Formula 1 in Africa, perché non ripartire proprio da Kyalami? La risposta più immediata è che oggi il circuito sudafricano non dispone dell’omologazione FIA Grade 1 necessaria per ospitare un Gran Premio e avrebbe quindi bisogno di una serie di interventi per adeguare pista, barriere, vie di fuga e strutture agli standard richiesti dalla categoria.
Ridurre tutto a questo ostacolo, però, sarebbe sbagliato, perché Kyalami non è un autodromo abbandonato che qualcuno ha improvvisamente deciso di riportare in vita per nostalgia. Negli ultimi anni il progetto per adeguarlo al Grade 1 ha ottenuto il via libera tecnico della FIA e il proprietario Toby Venter si è detto disposto a sostenere gli interventi necessari, mentre parallelamente il Sudafrica ha provato più volte a costruire una candidatura capace di riportare il Gran Premio nel Paese.
È stato soprattutto sul piano economico e organizzativo che il progetto ha faticato a trovare una soluzione, perché nella Formula 1 contemporanea possedere un circuito adatto non basta più: servono un promotore in grado di sostenere costi enormi, garanzie finanziarie e un progetto sufficientemente forte da convincere il campionato a impegnarsi nel lungo periodo. Già un precedente tentativo di riportare il GP in calendario per il 2024 era naufragato per difficoltà organizzative.
Come sarà il circuito del GP del Rwanda
Il progetto di Bugesera prevede una pista permanente di circa sei chilometri e 17 curve, caratterizzata da un dislivello vicino ai 200 metri e inserita in un’area destinata a svilupparsi insieme al nuovo aeroporto. È un dettaglio importante, perché il Rwanda non ha scelto la soluzione più frequente nell’espansione recente della Formula 1, quella del circuito cittadino ricavato all’interno o ai margini di una grande città, ma ha deciso di investire su un impianto destinato a rimanere anche oltre il weekend del Gran Premio.
Dal punto di vista sportivo, però, qualsiasi valutazione sarebbe prematura. Un layout può apparire interessante sulla carta e comportarsi in maniera completamente diversa quando vi corrono ventidue monoposto; per capire se Bugesera funzionerà servirà aspettare che il circuito esista davvero. Ciò che invece può essere valutato già oggi è la portata dell’impegno preso dalla Formula 1, che ha concesso un contratto di dieci anni a un progetto ancora nella sua fase iniziale.
È questo aspetto, più del fatto che la pista sia nuova, a rendere interessante la scelta. Un accordo così lungo presuppone evidentemente che la valutazione non riguardi soltanto il tracciato, ma l’intero progetto costruito attorno al Gran Premio: la capacità del Rwanda di finanziare l’evento, le infrastrutture previste, il turismo, la promozione internazionale del Paese e le garanzie offerte sul lungo periodo. Sono elementi ormai determinanti nell’assegnazione di una gara e spiegano molto meglio di qualsiasi confronto tra layout perché alcuni progetti riescano a entrare nel calendario e altri no.

La F1 ha già rischiato con Madrid
Anche il Madring era entrato nel calendario prima che il circuito fosse realizzato, sostenuto da un progetto nel quale il Gran Premio rappresentava soltanto una parte di un’operazione più ampia. Il debutto di quest’anno ha poi evidenziato diversi limiti del tracciato, tanto che si è iniziato subito a discutere di possibili interventi.
Sarebbe scorretto utilizzare Madrid per prevedere ciò che accadrà in Rwanda, perché i due circuiti hanno caratteristiche e contesti completamente differenti. Tuttavia appare chiaro che sempre più spesso la forza di una candidatura dipende da altri fattori. Soprattutto sul piano economico.
Spa, Imola o Kyalami non competono con i nuovi Gran Premi soltanto sul terreno sportivo, ma con progetti sostenuti da risorse economiche, governi, investimenti infrastrutturali e strategie turistiche di lungo periodo. In un calendario che non può crescere all’infinito, il risultato è che la storia di un circuito continua ad avere un valore simbolico enorme, ma pesa sempre meno quando arriva il momento di decidere chi possa permettersi concretamente di restare.
La questione dello sportwashing
C’è però un’altra questione che non può essere ignorata e riguarda il contesto politico nel quale nascerà il nuovo Gran Premio. La Formula 1 ha scelto un Paese nel quale una parte consistente della popolazione vive ancora in condizioni di povertà e il cui governo è da tempo al centro delle critiche delle organizzazioni internazionali per le limitazioni al dissenso e ai diritti politici. A questo si aggiunge una questione ancora più delicata: il ruolo del Rwanda nella guerra nella vicina Repubblica Democratica del Congo, dove secondo gli esperti delle Nazioni Unite le forze ruandesi hanno combattuto al fianco dell’M23, il gruppo armato protagonista dell’offensiva nell’est del Paese.
Il rischio è che il ritorno della Formula 1 in Africa diventi soprattutto una grande vetrina per il Rwanda, lasciando in secondo piano ciò che accade nel Paese e il ruolo del suo governo nella regione. Anche perché si inserisce in una strategia con cui il Rwanda sta già utilizzando lo sport per promuovere la propria immagine nel mondo.
Un’occasione, ma anche una responsabilità
Questo non significa che Bugesera non possa diventare un grande circuito o che il Rwanda non possa costruire un proprio rapporto con la Formula 1. Anzi, forse Bugesera diventerà, con il tempo, un altro luogo capace di produrre quella storia che oggi gli manca. D’altronde, nessun circuito nasce storico. Resta però da capire se, scegliendo il Rwanda, la Formula 1 abbia trovato davvero il modo migliore per tornare in Africa.
