Un anno fa, proprio a Miami, la McLaren mostrava i primi segnali di una rinascita attesa da tempo. Da allora non si è più fermata: ha conquistato il Mondiale Costruttori nel 2024 ed è tornata, dodici mesi dopo, per mettere a segno una doppietta con un dominio schiacciante, mai visto prima in questa stagione.
Una McLaren che continua a crescere
A incarnare la crescita travolgente della McLaren c’è soprattutto Oscar Piastri, esploso nelle ultime 3-4 gare. Nessuno meglio di lui incarna la trasformazione del team. Alla partenza del GP di Miami, l’australiano ha evitato con freddezza la solita bagarre tra Norris e Verstappen, accodandosi con intelligenza al campione del mondo. Pochi giri dopo ha preso il comando e da lì ha imposto la sua legge: gara chiusa. Nemmeno la Virtual Safety Car ha potuto rimettere in discussione un dominio così netto. È arrivata così la sua terza vittoria consecutiva, la quarta nelle prime sei gare. Norris, con la stessa macchina, resta inchiodato a una sola vittoria. E la differenza non è la MCL39: è Piastri. Lucido, aggressivo nei duelli e con un ottimo passo. Con ancora qualcosa da affinare sul giro secco ma la McLaren sa di avere tra le mani un’arma potentissima, e di poter sfruttarla anche per portare Lando ad un livello superiore.
Alle sue spalle, Verstappen ha cercato di contenere i danni. Il duello con Norris lo ha rallentato e ha permesso a Piastri di allungare. Quando Lando ha completato il sorpasso, il distacco dal leader era ormai incolmabile. George Russell ha saputo leggere bene la gara: la Virtual Safety Car provocata dal ritiro di Bearman gli ha consentito di superare Verstappen ai box e prendersi il podio. Da lì la corsa si è stabilizzata: Piastri davanti, Norris secondo, Russell terzo. L’australiano ha tagliato il traguardo con 37 secondi di vantaggio sulla prima vettura non-McLaren, un margine che non si vedeva da oltre un anno.

Ma cosa sta succedendo alla Ferrari?
Mentre la McLaren continuava la sua ascesa irresistibile a Miami, la Ferrari sprofondava in una realtà sempre più amara. La SF-25 si è confermata, per l’ennesima volta, incapace di lottare con i migliori. Leclerc e Hamilton, confinati nel centro gruppo, hanno passato più tempo a discutere ordini di scuderia che a combattere con i rivali. Il tentativo di rimonta su Kimi Antonelli e persino sulla Williams di Albon si è arenato tra swap tardivi, gomme ormai alla frutta e decisioni ai box degne di una squadra allo sbando. Il risultato? Una settima e ottava posizione. Sicuramente il punto più basso del team nell’ultimo anno e mezzo.
Ma quello che fa discutere, è il modo in cui si arriva a parlare di questi risultati. A giustificare il fallimento come un incidente di percorso dovuto al fatto che la Ferrari non ha ancora capito il vero potenziale di questa macchina. Da settimane Frédéric Vasseur ripete che la SF-25 ha un potenziale da liberare. Ma a Miami, più che mai quel “potenziale” è sembrato sempre più una favola buona per le conferenze stampa e per i media, e sempre meno una realtà. Lo stesso Leclerc, ormai disilluso, lo ha detto chiaro: “Da quattro gare spremiamo tutto quello che possiamo, ma oggi non c’era nulla da spremere.”
Il battibecco tra Hamilton e Adami
A rendere ancora più evidente il malessere della Ferrari a Miami è stata una gestione tecnica e strategica ai limiti dell’autolesionismo. Hamilton, convinto di avere il passo per attaccare Antonelli, ha chiesto ripetutamente di passare Leclerc. Il team ha tergiversato, rimandando il cambio di posizioni fino a quando era ormai inutile: quando il britannico ha finalmente avuto via libera, le sue gomme erano già alla frutta e la rimonta era sfumata. La frustrazione è esplosa via radio, dove le crepe interne sono diventate impossibili da ignorare. “Quindi volete che rimanga seduto qui dietro Charles per tutta la gara?”, ha sbottato Hamilton. Dalla pit wall è arrivata una risposta imbarazzante: “Ti faremo sapere.” Quando l’ordine è finalmente arrivato, Hamilton ha rincarato la dose con sarcasmo: “Prenditi pure una pausa tè, già che ci sei.” Poi la stoccata più pesante una volta ricevute le indicazioni sul gap con la macchina dietro, quella di Sainz: “Vuoi che faccia passare anche lui?”. Tutto condito da un silenzio radio una volta terminata la gara. D’altronde sentirsi dire “buon lavoro” dopo aver conquistato una P7 e una P8 suona un po’ come una presa per il culo. Inutile nascondercisi dietro.
Ma il vero problema non è solo la mancanza di velocità. È l’assenza di direzione. Lo stesso Lewis ha detto che quello non è stato un buon lavoro di squadra. Così mentre la McLaren dimostra che il lavoro porta risultati e perfino la Red Bull, pur tra scosse interne, cerca di reagire, la Ferrari continua a collezionare errori e perdere credibilità. Intrappolata in una spirale di confusione tattica e decisioni tardive. Non è più solo una crisi di prestazione, è una crisi di identità. La McLaren ha trovato la strada in dodici mesi. La Ferrari, dopo diciassette stagioni, continua ancora a cercarla.