Nel nostro lavoro di storytelling legato al motorsport, soprattutto quando si raccontano episodi e storie legate ad anni e contesti in cui non c’erano internet, social e un flusso continuo di notizie, capita spesso di trovarsi davanti a tanti pezzi frammentati. Ricostruirle non è semplice, perché le informazioni cambiano da fonte a fonte e spesso non coincidono con quello che è successo davvero. È così che nascono i miti. E molto spesso anche i falsi miti.
L’unico modo per provare a rimettere insieme i pezzi è ascoltare chi quelle storie le ha vissute in prima persona. La storia della First Racing ovvero l’antesignana della Life, è una di queste. Un progetto serio, che non è mai arrivato al via di un Gran Premio, e che col tempo è stato semplificato, confuso e quasi sempre raccontato guardando a ciò che è venuto dopo. E sì, anche a noi è capitato di sbagliare nel raccontarla nel nostro primo libro Il sogno impossibile che abbiamo pubblicato a fine dicembre.
Ma sbagliare, a volte, serve. Perché ti dà la possibilità di fermarti, rimettere in discussione quello che credevi di sapere e ripartire con più consapevolezza. Questa volta il nostro errore non solo ci ha permesso di rimediare, ma ci ha anche dato l’occasione di aggiungere nuovi tasselli a una storia. E, soprattutto, di scoprire un vero e proprio paradiso per gli appassionati.
Una chiacchierata con Massimo Pollini, uno degli uomini dietro la FIRST RACING
Quel “paradiso per gli appassionati” è un luogo preciso, con delle persone che lo tengono in vita ogni giorno. È un capannone nel cuore della Brianza, dove vecchie Formula 1 e prototipi da corsa tornano a respirare, rimesse in moto dopo anni di silenzio, riportate in pista e fatte cantare di nuovo. Ad accoglierci in questo paradiso è stato Massimo Pollini, un grandissimo appassionato che ha trasformato l’amore per i motori in un mestiere, e uno che la storia della First Racing non solo la conosce bene ma l’ha vissuta dall’interno, lavorando direttamente alla costruzione della monoposto con cui il team avrebbe dovuto debuttare in Formula 1. Per anni Massimo ha girato il mondo seguendo le gare tra Formula 3 e 3000, poi, quasi senza rendersene conto, ha iniziato a rimettere mano alle vetture storiche nel tempo libero. Quello che era nato come un hobby è diventato il suo lavoro principale. Sotto le sue mani sono passate monoposto iconiche che abbiamo potuto ammirare da vicino, in questo video.

Alla fine degli anni ’80 la Formula 1 stava cambiando pelle. I turbo uscivano di scena, tornavano protagonisti i motori aspirati e, per un breve momento, il campionato sembrava di nuovo uno spazio in cui anche strutture ambiziose ma indipendenti potevano provare a entrare. I costi erano ancora relativamente accessibili e il regolamento meno blindato lasciava margini che oggi sembrano impensabili. In quel contesto, pensare a un ingresso in Formula 1 non era un’eresia, a patto di avere basi solide. E la First Racing quelle basi le aveva grazie soprattutto a Lamberto Leoni e ai suoi agganci.
Era un’epoca in cui le idee muovevano davvero le persone. Da quello stesso contesto sarebbero nate realtà come Onyx, Jordan e, appunto, la First. La F189 non nasce quindi come un azzardo ma come l’evoluzione naturale di un percorso sportivo già avviato. Un progetto portato avanti con metodo, lavoro e sacrifici, costruito in tempi strettissimi ma con standard che erano quelli di una vera Formula 1, non di una semplice show car.
Cosa è successo veramente con la FIRST?
Al Motor Show, con Gabriele Tarquini al volante, la First arrivò fino ai quarti di finale contro Pierluigi Martini, vincendo la prima manche. Nella seconda, un contatto violento con un cordolo causò il distacco di una sospensione e l’eliminazione. Un episodio che negli anni è stato spesso raccontato come la fine del progetto, ma che in realtà rappresentò solo una parentesi.
Dopo Bologna, la vettura venne riportata in officina, riparata e poi portata a Monza per i test. Contrariamente a quanto si legge spesso, la macchina non rimase ferma. Girò davvero. Il test si interruppe solo per la rottura del motore, causata da un problema di sfiato. Il tempo ottenuto – 1’35”8 – era assolutamente in linea con i migliori aspirati dell’epoca, considerando gomme, temperature e un assetto non specifico per il tracciato di Monza.
Nel frattempo, il progetto Formula 1 andava avanti anche dal punto di vista regolamentare. La First aveva superato i crash test, sia laterale sia frontale. L’iscrizione al mondiale 1989 era stata pagata e alla vettura era stato assegnato il numero 42. La squadra stava preparando la trasferta per il Brasile, con David Laff come responsabile tecnico in pista e una struttura affiancata da Cobra Motorsport. Il progetto si interrompe non per un singolo evento catastrofico, per volontà dei piloti o per problemi relativi alla sicurezza come riportano alcune fonti online, ma per una combinazione di fattori: economici, regolamentari, sportivi. Una situazione che, in quegli anni, ha messo in difficoltà più di una squadra.
Raccontare oggi la storia della First Racing era necessario per restituirle la sua dimensione reale. Non era un sogno folle, un progetto nato per fallire, ma il prodotto di un’epoca in cui idee, competenze e ambizione potevano ancora spingersi fino alla soglia della Formula 1.
Una storia che, per essere compresa davvero, aveva bisogno di essere raccontata da chi l’ha vissuta.