Per la Red Bull l’era delle figure intoccabili è finita. Nel giro di poco più di due anni, il team che aveva costruito il proprio dominio su personalità fortissime e centri di potere quasi personali ha salutato, uno dopo l’altro, Christian Horner, Adrian Newey, Jonathan Wheatley, Rob Marshall, Will Courtenay e ora Helmut Marko. Una diaspora che, messa in fila, fa impressione: non è solo un cambio di organigramma, ma lo smantellamento progressivo dell’architettura politica e tecnica che ha sorretto l’impero di Milton Keynes per quasi un ventennio.
L’addio a Marko, in particolare, è il tassello che più di tutti segna il confine fra la Red Bull che era e quella che vuole diventare. Non solo per la durata del rapporto – vent’anni accanto al team, di cui è stato anima, braccio armato e coscienza sportiva – ma per il modo in cui questo divorzio è maturato. Fino a pochi mesi fa, dopo il licenziamento di Horner a luglio, sembrava che l’82enne austriaco avesse vinto l’ultima battaglia interna. E invece la frase sibillina pronunciata ad Abu Dhabi ha solo reso pubblico ciò che dietro le quinte era già in moto: il rapporto con la nuova gestione di Oliver Mintzlaff era logorato, e la convivenza non era più possibile.
Perché Marko non è più compatibile con la Red Bull
La Red Bull di oggi è una squadra che non tollera più centri di potere indipendenti. Ogni decisione deve avere una filiera chiara, ogni scelta un responsabile riconoscibile, ogni parola un peso misurato. È dentro questa nuova grammatica che la figura di Helmut Marko, per anni centrale e incontestabile, inizia a diventare incompatibile. Non per quello che rappresenta sul piano sportivo, ma per il modo in cui ha sempre esercitato la sua influenza: in autonomia, senza passaggi intermedi, con un raggio d’azione che travalica ruoli e confini.
Marko entra in Red Bull nel 2005 come uomo scelto direttamente da Dietrich Mateschitz, in un’epoca in cui il progetto è giovane e ha bisogno di personalità forti più che di strutture solide. È da lì che prende forma un modello unico in Formula 1: una seconda squadra acquisita per coltivare talenti, un vivaio smisurato, una pressione costante che diventa cifra identitaria. Faenza si trasforma in un laboratorio permanente, la selezione diventa continua, feroce, senza filtri. Nel tempo, diciotto piloti arrivano in Formula 1 passando sotto la sua gestione. Alcuni diventano leggende, altri restano solo meteore che fanno avanti e dietro nel team. Prezzo di un sistema che vive sull’accelerazione costante.
Per anni questo meccanismo non solo regge, ma costruisce il dominio Red Bull. Oggi, però, quello stesso meccanismo entra in attrito con una Formula 1 che chiede controllo, reputazione, gestione del rischio. Ed è in questo cortocircuito che matura la rottura.
Il caso Dunne e il punto di non ritorno
La frattura più evidente si è vista sul terreno che per anni era stato il vero potere di Marko: la gestione dei giovani. Il caso Alex Dunne ha chiarito meglio di qualsiasi altro episodio ciò che stava succedendo. L’irlandese aveva lasciato la McLaren su spinta diretta del consulente austriaco e aveva firmato con la Red Bull, ma l’operazione non era passata attraverso i nuovi criteri decisionali del team. Quando la dirigenza se n’è resa conto, l’accordo è stato annullato e la Red Bull ha dovuto pagare una penale pesante. Dunne è rimasto senza Academy e, soprattutto, è emerso che Marko avrebbe continuato a muoversi nello stesso modo se nessuno avesse posto un freno.
Come volevasi dimostrare quello di Dunne non è stato un episodio isolato. Anche l’ingaggio di Arvid Lindblad in Racing Bulls, annunciato pochi giorni prima del GP di Abu Dhabi è stato figlio dello stesso modo di operare: accordi, firme, tutto fatto nell’ombra. Poco dopo sono arrivate anche le dichiarazioni su Andrea Kimi Antonelli dopo il Gran Premio del Qatar, finite con le scuse pubbliche della Red Bull. Situazioni diverse, ma che hanno contribuito ad allargare una distanza già evidente.
Da quel momento il rapporto ha iniziato a incrinarsi in modo irreversibile. La Red Bull non ha mai messo in discussione il peso storico di Marko, ma ha preso atto che il suo modo di lavorare non era più compatibile con la direzione intrapresa dal team. L’addio ha cominciato a prendere forma lì.
Un team che si svuota mentre cambia pelle
Negli ultimi due anni alla Red Bull se ne sono andati quasi tutti quelli che avevano costruito il progetto vincente. Prima Horner, poi Newey, quindi Wheatley, Marshall, Courtenay. L’uscita di Marko completa una lista che, a rileggerla oggi, sembra irreale. Ogni separazione ha tolto un punto di riferimento, un pezzo di memoria, un centro di potere. E ogni volta si è detto che il cambiamento fosse sotto controllo. Ma quando gli addii diventano così tanti, il cambiamento non è più un dettaglio: diventa la sostanza stessa della squadra.
Nel giro di pochissimo tempo la Red Bull ha modificato più equilibri interni di quanti ne avesse toccati in un decennio. La transizione non è più solo tecnica o manageriale, è identitaria. Si è passati da un team governato da poche figure fortissime a una struttura che cerca ordine, ruoli definiti, responsabilità distribuite. È una scelta che guarda al futuro, ma che inevitabilmente lascia dietro di sé un vuoto difficile da colmare: quello delle persone che quel futuro, fino a ieri, lo avevano costruito.

I dubbi su Lambiase, Verstappen in una stagione in cui il re ha ceduto la sua corona
Il 2025, sul piano sportivo, non è stata una stagione qualunque per la Red Bull. Per la prima volta dal 2021 il team ha chiuso l’anno senza titolo piloti né costruttori: Max Verstappen ha perso il Mondiale per due punti contro Lando Norris ad Abu Dhabi, mentre la McLaren ha interrotto la striscia iridata del team anche nei costruttori. La Red Bull ha reagito nella seconda parte dell’anno, è tornata a vincere e si è giocata tutto fino all’ultima gara, ma il quadro è apparso diverso rispetto alle stagioni di dominio: la concorrenza è salita di livello e il margine si è assottigliato.
Questo cambiamento si riflette anche nel box di Verstappen dove l’unico punto fermo resta Gianpiero Lambiase, la voce in cuffia che segue Max dal 2016 e che per lui è molto più di un semplice ingegnere di pista. Le immagini di Abu Dhabi, con Lambiase appoggiato al muretto e il volto coperto dalle mani dopo il traguardo, raccontano quanto questa stagione sia stata pesante anche dall’altra parte della radio.
Intorno al suo futuro, però, qualche punto interrogativo rimane. Le indiscrezioni dei giorni scorsi hanno parlato di un possibile cambio ruolo dal 2026, con meno presenza in pista e più lavoro in fabbrica. Dall’interno del team filtra invece la volontà di continuare insieme, sulla stessa linea di sempre, anche se una conferma definitiva non è ancora arrivata.
Una nuova Red Bull per non rimanere ferma al passato
In questo contesto Verstappen resta il centro del progetto, ma non più al centro di una struttura immutabile. Il contratto fino al 2028 gli garantisce solidità sulla carta, ma il vero discrimine resta la competitività della macchina. Il 2026, con il nuovo ciclo regolamentare e la power unit interna, sarà il vero banco di prova della nuova Red Bull. Se il progetto tecnico funzionerà, il percorso continuerà in modo naturale. Se invece dovessero emergere difficoltà, anche il legame con il suo pilota simbolo entrerebbe in una fase completamente diversa.
E così, mentre si chiudono le porte su un passato fatto di uomini forti e poteri personali, la Red Bull si ritrova a giocare la sua partita più delicata: quella dell’identità. Da Horner a Marko, passando per Newey e tutto ciò che è venuto dopo, la squadra ha scelto di cambiare per non rimanere prigioniera di sé stessa. Resta da capire se questo cambiamento sarà il fondamento di un nuovo ciclo vincente o l’inizio di una fase più fragile, in cui l’unica vera certezza rimarrà ancora una volta la pista.