In questo avvio di stagione, le gare si stanno decidendo sempre più il sabato. Le prime quattro gare hanno raccontato storie diverse, ma con un elemento in comune: chi parte davanti, vince. È una Formula 1 dove il passo gara conta, ma solo se ti permette di difendere una posizione già guadagnata in qualifica. E in questo contesto, Oscar Piastri sta dimostrando di aver lavorato e di essere cresciuto su entrambe le cose: velocità sul giro secco e solidità sulla distanza. Nel GP del Bahrain, la sua vittoria è arrivata senza gesti plateali, ma con un controllo pieno della situazione. Una prestazione costruita più che conquistata, che dice molto del livello che ha raggiunto.
La McLaren si sta confermando come il riferimento di questo inizio stagione, e lo sta facendo con due piloti che stanno dando risposte molto diverse nonostante la macchina sia fondamentalmente la stessa. Norris è veloce e aggressivo nei corpo a corpo. Piastri è freddo, lucido, costante. In Bahrain, tra i due, è emersa la calma del secondo. Una vittoria costruita su basi solide, che restituisce l’immagine di un pilota maturo, già perfettamente inserito nel discorso mondiale. Come dimostra anche la classifica che li divide per pochi punti.
Un podio movimentato e una Mercedes a due facce nel GP del Bahrain
Alle spalle di Piastri, il GP del Bahrain ha messo in scena un intreccio più complesso. Norris ha rimediato a un sabato difficile con una partenza brillante, che l’ha portato rapidamente in terza posizione. Ma l’errore sulla griglia di partenza – con la vettura troppo avanzata – gli è costato ben cinque secondi che hanno pesato sulla gestione strategica. Da lì in poi la sua è stata una gara di rincorsa, fatta di sorpassi, scelte tattiche e qualche esitazione. Il duello con Leclerc ha occupato buona parte del suo secondo stint, e solo nel finale Lando è riuscito a trovare il varco giusto. Il podio è comunque arrivato, ma lui stesso ha parlato di una gara “caotica” e di un’occasione persa per la doppietta McLaren. Il potenziale c’era, ma la lucidità non è stata la stessa mostrata da Piastri.
A inserirsi tra i due è stato George Russell, che ha sfruttato tutto quello che poteva in una gara non semplicissima. Dopo una buona partenza, ha tenuto la seconda posizione fino alla fine nonostante qualche problema tecnico nel finale, tra cui il DRS che si è aperto per sbaglio quando ha premuto il tasto della radio. Nessun vantaggio concreto, e infatti la FIA ha accettato la spiegazione senza assegnare penalità. Una di quelle situazioni strane, insomma. Un po’ come quando ti versi il vino pensando di versarti l’acqua. Sorry not sorry. Al netto di tutto, una gara solida per lui e per una Mercedes che, pur non essendo ancora al livello di McLaren, sta iniziando a stare là davanti con costanza.

La Mercedes, però, ha vissuto una domenica a due facce. Perché se da un lato Russell ha massimizzato tutto, dall’altro Kimi Antonelli ha pagato il prezzo di una strategia spezzata e di una Safety Car arrivata nel momento sbagliato. Era partito bene, si era inserito nel gruppo dei primi con autorità, ma l’azzardo della sosta anticipata e il traffico al rientro in pista lo hanno risucchiato addirittura fuori dalla zona punti. Un peccato, perché fino a quel momento Antonelli stava dimostrando di poterci stare, in quel gruppo. Ambire magari al primo podio, che sappiamo, essere solo rimandato.
Ferrari ci ha creduto… ma non è bastato
La Ferrari ha lasciato il Bahrain con la sensazione di aver fatto quasi tutto bene, ma nel momento sbagliato. La SF-25, soprattutto con Leclerc, ha mostrato un buon ritmo nel cuore della gara. La strategia, sulla carta, era coraggiosa: niente soft, due treni di medie e una chiusura su gomma dura. Un’impostazione alternativa rispetto alla concorrenza, che aveva puntato su un primo stint più esplosivo. Per un po’ ha funzionato. Allungando il primo stint, Leclerc è riuscito a rientrare in pista con un vantaggio di gomma che gli ha permesso di superare Norris e salire virtualmente sul podio. Ma poi è arrivata la Safety Car, e ha azzerato tutto.
A quel punto, la scelta era tra rimanere coerenti con il piano iniziale o adattarsi. Ferrari ha scelto la prima via: gomma dura per entrambi i piloti. Una decisione prudente, forse inevitabile, che però ha messo Leclerc e Hamilton in difficoltà nel finale. Norris ha avuto la meglio, e il monegasco si è dovuto accontentare del quarto posto, cercando di stare vicino per spuntare un podio nel caso in cui fosse arrivata una penalità per Russell. Hamilton ha chiuso subito dietro, in una gara ordinata, mai davvero accesa. A fine gara, Vasseur ha spiegato che l’idea era quella di chiudere con le soft, ma che l’intervento della Safety Car ha reso il piano troppo rischioso. Una lettura comprensibile, ma che lascia spazio a qualche rimpianto. Perché la macchina, per una volta, c’era.

Chi invece non ha mai trovato davvero ritmo è stato Max Verstappen. Lontano dalla vetta fin dalle qualifiche, ha pagato due pit stop lenti e una Red Bull nervosa, poco efficace soprattutto con le gomme dure. La rimonta è stata lenta, quasi invisibile. Solo all’ultimo giro è riuscito a strappare il sesto posto a Pierre Gasly, ma è un risultato che sa più di danno limitato che di risposta concreta. In classifica resta vicino ai due McLaren, ma la sensazione è che questa volta il limite fosse più grande da colmare.
Le sorprese della notte in Bahrain
Dietro di loro, il GP del Bahrain ha regalato spunti interessanti. Gasly ha finalmente portato i primi punti stagionali all’Alpine con una gara solida, mentre Esteban Ocon ha risalito la classifica per piazzarsi ottavo con una Haas sempre più convincente. Tsunoda ha chiuso nono dopo un contatto con Sainz – che ha generato la Safety Car e gli è costato una penalità – mentre Oliver Bearman ha strappato ancora una volta il decimo posto, dopo essere partito ultimo. Il più giovane della griglia continua a raccogliere punti e credibilità, confermando una maturità in pista che va ben oltre la sua età.
Ed è proprio osservando piloti come lui, come Antonelli che si capisce quanto conti il tempo, l’adattamento, l’esperienza. Piastri oggi ne è l’esempio più chiaro: da rookie a leader silenzioso. Un percorso che chi sta iniziando ora può solo prendere come riferimento.