Da anni ormai Drive to Survive è diventata una tradizione dell’off-season, il momento in cui il mondo della Formula 1 si divide tra chi ama e chi odia il mega-riassunto targato Netflix. C’è chi lo guarda con curiosità, chi lo considera una telenovela e chi lo accusa di trasformare la F1 in un reality show. E poi ci sono quelli che lo guardano lo stesso, con un misto di ironia e speranza, chiedendosi: questa volta avranno fatto centro o avranno esagerato di nuovo?
Se nelle stagioni meno combattute la serie ha dovuto scavare a fondo per trovare un filo narrativo avvincente, nel 2024 il materiale non mancava di certo. Colpi di scena, tensioni, momenti di pura emozione e vicende extra circuito che hanno infiammato il paddock. Insomma, Netflix aveva in mano un copione già perfetto, dove il dramma non doveva essere costruito, ma semplicemente raccontato.
Ma ci sarà riuscita davvero? Oppure Drive to Survive 7 ha finito per inciampare, come spesso accade, nel suo stesso bisogno di spettacolarizzazione? Vediamo cosa funziona, cosa no e cosa avremmo voluto vedere o non vedere.
Emozioni e novità, ecco cosa funziona in Drive to Survive 7
Nonostante le critiche che riceve ogni anno, Drive to Survive ha una qualità innegabile: sa creare storie avvincenti. Non è un documentario e non ha mai preteso di esserlo, ma quando riesce a catturare le emozioni autentiche dei protagonisti, il risultato è davvero efficace. L’episodio su Charles Leclerc e la sua attesa vittoria nel GP di Monaco è un perfetto esempio di storytelling ben riuscito. Qui non c’è bisogno di enfatizzare troppo: basta lasciar parlare il momento, il peso della maledizione spezzata, la gioia mista a incredulità di Leclerc. Per una volta, Netflix ha capito che la realtà poteva bastare.
Anche la gestione del trasferimento di Lewis Hamilton in Ferrari è trattata con intelligenza. Senza troppi giri di parole, la serie mostra l’effetto domino che questa decisione ha scatenato nel mercato piloti, con Mercedes a caccia di un sostituto e i team principal che si muovono come in una partita a scacchi.
C’è poi un episodio in cui Netflix decide di lasciare per un attimo da parte il suo solito copione e dare ai piloti il controllo della narrazione. Niente interviste costruite, niente montaggi drammatici: solo loro, un telefono in mano e un weekend di gara da raccontare. George Russell, Charles Leclerc, Lando Norris, Pierre Gasly e Alex Albon diventano registi di se stessi a Singapore, offrendo uno sguardo più diretto e spontaneo sulla vita nel paddock. È un esperimento che rompe, almeno in parte, la patina artificiale che spesso avvolge Drive to Survive, mostrando che quando la F1 viene raccontata senza filtri, può essere ancora più coinvolgente.
Quando la narrazione si prende troppe libertà
Se Drive to Survive funziona quando si lascia trasportare dalla realtà, il problema arriva quando cerca di piegarla alle proprie esigenze. Il punto più debole della serie resta sempre lo stesso: la rappresentazione dell’azione in pista e l’esagerazione magari di alcune dinamiche legate alla competizione tra i piloti.
Per chi segue la Formula 1 con costanza, è quasi doloroso vedere come le gare vengano smontate e rimontate per creare un dramma che, il più delle volte, non ha bisogno di essere enfatizzato. Team radio tagliati e ricomposti, momenti di tensione gonfiati, rivalità costruite a tavolino: la serie continua a giocare con il confine tra realtà e fiction, spesso superandolo. Il caso più eclatante è l’episodio sulla Mercedes e la vittoria di George Russell a Spa. Netflix la racconta come la gara che lo ha consacrato leader del team, il momento in cui ha dimostrato di poter raccogliere l’eredità di Hamilton. Peccato che la realtà sia un po’ diversa: Russell è stato squalificato dopo la gara per un’irregolarità tecnica, eppure la serie si guarda bene dal menzionarlo. Un dettaglio che per chi non segue la F1 potrebbe sembrare irrilevante, ma che in realtà cambia completamente la narrazione.
Un taglia e cuci fatto male
E questo non è l’unico caso in cui la serie gioca con la realtà. La rivalità tra Max Verstappen e Lando Norris, uno dei temi più seguiti nel finale di stagione, viene raccontata con un artificio discutibile. Nel rievocare il GP di Miami, in cui Norris ha conquistato la sua prima vittoria in F1, Drive to Survive inserisce un’inquadratura di Verstappen apparentemente furioso nel post-gara.
Il problema? Quella scena non è di Miami, ma del GP d’Olanda, come si vede dal cappellino di Max. In realtà, dopo la gara in Florida, Max si è congratulato con Norris senza alcun rancore e anzi, come si vede poco prima nella serie stessa, era felice sul podio. Perché allora alterare la narrazione di una gara che, di per sé, non aveva questa tensione? Soprattutto considerando che i momenti di tensione tra Verstappen e Norris ci sono stati davvero nel corso della stagione. Eppure, invece di concentrarsi su episodi autentici, la serie continua a giocare con il montaggio, mescolando immagini di gare diverse per supportare una narrazione costruita. Un vizio che Netflix non riesce proprio a togliersi.
Un altro caso lampante di questo taglia e cuci? Durante il racconto del GP del Brasile, vediamo Zak Brown allungare la mano fuori dal box per “sentire” la pioggia. Peccato che la scena sia stata ripresa a Silverstone. Ma tanto chi vuoi che se ne accorga?

Le grandi assenze che pesano in Drive to Survive 7
Un’altra delle pecche storiche di Drive to Survive è la selezione delle storie da raccontare. Ogni stagione porta con sé una serie di eventi che, per un motivo o per un altro, finiscono per essere completamente ignorati dalla serie. E la settima stagione non fa eccezione.
Tra le esclusioni più inspiegabili c’è Ollie Bearman e il suo straordinario debutto in Formula 1 con la Ferrari a Jeddah. Un diciottenne chiamato all’ultimo minuto per sostituire Carlos Sainz, che senza esperienza sulla SF-24 si piazza settimo al traguardo, battendo piloti ben più esperti. Una storia perfetta per Drive to Survive, con un underdog catapultato nel palcoscenico più grande di tutti, eppure… nulla. Nemmeno una menzione.
Ma non è l’unico rookie a essere stato ignorato. Franco Colapinto, che ha sostituito Logan Sargeant a metà stagione in Williams, è praticamente invisibile. Eppure, in pochi GP, ha conquistato l’attenzione del paddock e ha acceso la discussione sul mercato piloti per il 2025 tanto da essere rimasto fino alla fine uno dei candidati per team ancora indecisi sulla line-up. Un’altra storia avvincente che Netflix non ha ritenuto opportuno raccontare.
Anche il clamoroso addio di Adrian Newey alla Red Bull, uno degli eventi più pesanti della stagione, è stato trattato in maniera superficiale. L’uomo che ha progettato alcune delle monoposto più dominanti della storia della F1 ha lasciato il team di Milton Keynes, scatenando un terremoto tecnico e strategico. Eppure, Drive to Survive preferisce restare in superficie, accennando appena alla vicenda senza esplorarne le vere implicazioni.

Il mercato piloti? Solo quello che conviene raccontare
Un altro grande assente è il folle mercato piloti del 2024, probabilmente uno dei più imprevedibili degli ultimi anni. La serie si concentra sul destino di Carlos Sainz e sulla sua scelta di firmare per Williams dopo il lungo corteggiamento di Alpine. Ma se da un lato il tira e molla con Flavio Briatore viene raccontato con una certa attenzione, dall’altro mancano completamente le dinamiche che hanno coinvolto altri piloti.
Ad esempio, la serie ignora la lotta interna per un sedile in Alpine, con Jack Doohan che ha avuto la meglio su Mick Schumacher per il ruolo di titolare nel 2025. Un duello che avrebbe potuto offrire spunti interessanti, soprattutto con il ritorno in scena di Briatore e la sua gestione aggressiva della squadra. Lo stesso vale per il futuro di Valtteri Bottas, che per mesi ha cercato un modo per restare in F1. Avendo tante carne al fuoco Netflix ha finito per farla bruciare.
Drive to Survive sta diventando un’altra cosa?
Questa selezione arbitraria di ciò che vale la pena raccontare solleva una domanda: Drive to Survive è ancora un prodotto che racconta la Formula 1 o sta diventando qualcosa di completamente diverso?
La serie è nata per avvicinare un pubblico più ampio a questo sport. Per mostrare il lato umano della F1 e per raccontare storie che spesso passano inosservate durante il campionato. Ma negli ultimi anni ha perso quella spontaneità che la rendeva così interessante. Le storie incredibili ci sono, ogni weekend di gara porta con sé colpi di scena e trame perfette per una docuserie. Eppure, Netflix sembra sempre più interessata a raccontare solo quelle che si adattano meglio alla sua sceneggiatura.
E così, tra inquadrature fuori contesto, rivalità accentuate e storie tralasciate, la realtà finisce spesso per piegarsi alla narrazione. Resta un grande spettacolo, ma quanto è ancora fedele al mondo che vuole raccontare?